Le banche italiane

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Le banche italiane

Nel 2012 i debiti pubblici dei Paesi detti “malmessi” - fra cui l'Italia - erano considerati molto rischiosi, e le banche italiane avevano molti titoli del Tesoro. Esse dunque erano in uno stato di crisi potenziale, casomai il debito pubblico si fosse ulteriormente deteriorato. Ma ecco che arriva il “what ever it takes” di Mario Draghi, che ha spinto i debiti pubblici dei Paesi malmessi verso un porto sicuro. L'indice delle banche italiane cade da 16 mila a 6 mila punti quando si sospettava una crisi crisi potenziale, e risale da 6 mila a 16 mila dopo la scelta di Draghi. L'indice a 16 mila ha tenuto con oscillazioni fino alla fine del 2015 e da allora è caduto fino a 10 mila, dove si trova tuttora.

Come mai si è avuta questa flessione dalla fine dello scorso anno? Non è più la paura di una crisi del debito pubblico, che oggi paga uno spread di 150 punti invece del triplo che pagava solo qualche anno fa. E allora? La spiegazione migliore è da cercare nella crisi delle banche minori – come Etruria e le altre – che si è avuta alla fine del 2015.

I cattivi crediti di queste banche sono stati allora valutati 20. Ossia, il cattivo credito vale nominalmente 100 euro, i mercati pensavano che in media fossero recuperabili incassando 40 euro, perciò, quando si è visto che venivano recuperati a soli 20 euro, si sono spaventati. Un recupero pari alla metà, avrebbe messo in ulteriore difficoltà le banche che avrebbero dovuto fare più accantonamenti a fronte dei cattivi crediti. A questo fenomeno che riguarda le banche messe peggio, si è poi aggiunto il timore che quelle messe meglio sarebbero intervenute per salvarle, ciò che è avvenuto con la nascita del fondo Atlante. I cattivi crediti si cumulano dopo anni di recessione, soprattutto quando sono i debiti delle imprese piccole per lo più sotto capitalizzate. Proprio come è accaduto in Italia. Ci fosse una ripresa – la ripresa farebbe andar meglio le imprese piccole e sotto capitalizzate - una parte dei crediti sarebbe recuperata. E siamo daccapo. Il nodo da sciogliere in Italia (e non solo) è sempre lo stesso: la crescita.

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